Differenziato e Compatibile: conservazione nel contesto del recupero dell’architettura e dell’urbanistica tradizionale

Steven Semes

Abstract


Sin dall’adozione della Carta di Venezia nel 1964, i programmi e le politiche di conservazione hanno assunto che le nuove costruzione nei contesti storici-ed in generale l’architettura contemporanea- dovessero continuare a riflettere i caratteri del tempo in una irrevocabile differenza tra il presente e la concezione storicista dello stile architettonico. Tra i mandati impliciti della Carta, a riguardo di nuovi interventi in centri storici, è che questi “mostrassero il segno della contemporaneità”, un contrasto formale permanente tra la “architettura contemporanea” e il preesistente tessuto tradizionale. Una così chiara distinzione stilistica mostrerebbe inequivocabilmente l’identità dei nuovi interventi come distinti dalle fabbriche storiche, evitando ogni rischio di “falsificazione”. Questa affermazione, ribadita ancora più esplicitamente in altre Carte e regolamenti varati successivamente, guida di fatto tutti gli interventi di conservazione e pianificazione ancora oggi. Ma l’identificazione della “architettura contemporanea” con una particolare impronta stilistica non è più possibile. La produzione dei progettisti di oggi mostra una diversità di caratteri ed una pluralità di scopi, dalle documentate applicazioni in un linguaggio tradizionalmente formale alle apparentemente originali configurazioni che tendono a drammatizzare il contrasto con i modelli storici. In queste circostanze, una posizione a favore di ogni singola azione progettuale come strumento attuativo delle politiche di conservazione sembra del tutto arbitraria. Imporre una preferenza stilistica in opposizione alle tipologie tradizionali ed ai linguaggi formali diventa distruttivo di quel carattere che rappresenta il valore per eccellenza di quei luoghi, i cosiddetti centri storici. In risposta all’aumento di un comune malcontento verso i caratteri dissonanti di molte nuove realizzazioni nelle aree storiche, architetti, conservatori e urbanisti stano rivalutando la logica della continuità piuttosto che il principio del contrasto e della rottura tra nuovi interventi e tessuto esistente. Alla luce di questi sviluppi, le politiche e la pratica della conservazione devono essere riarmonizzate di conseguenza. Come si potrebbe reimpostare la questione del far sembrare le nuove costruzioni “differenziate” e “compatibili” (come sollecitato dalle disposizioni emesse nel contesto Nordamericano dal Secretary of the Interior’s Standards for Rehabilitation) se non possiamo più lavorare sulla distinzione stilistica per rendere visibili le differenze? A cosa potrebbe portare la conseguenza dell’abbandonare l’esplicito contrasto tra vecchio e nuovo? Il concetto di “falsificazione” ha qualche significato nella cultura della costruzione tradizionale? Possiamo definire una più rispondente teoria della conservazione architettonica riesaminando l’esperienza storica, evitando da un lato a troppo familiare appropriazione degli edifici storici per i nostri scopi personali e, dall’altro lato, una interpretazione troppo fuorviante del contrasto che decontestualizza la presenza dei monumenti e sottrae valore ai tessuti urbani.

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DOI: 10.6092/issn.1828-5961/1792

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